Il 14 giugno è la giornata nazionale delle donne, dopo gli scioperi femministi del 1991 e del 2019. Il Consiglio nazionale ricorda dal canto suo l’azione delle attiviste nell’atrio della cupola il 12 giugno 1969, mentre avevano luogo i dibattiti per la firma della Convenzione europea dei diritti dell’uomo.

Il 12 giugno 1969 alcune donne s’intrufolano nel Palazzo del Parlamento e espongono striscioni nella hall della Cupola. Accolgono i consiglieri nazionali con slogan a favore del suffragio femminile. Cercano convincerle a ratificare la Convenzione europea dei diritti dell’uomo solo quando le donne svizzere potranno pronunciarsi.

Le acque si muovono dopo il rifiuto del diritto di voto e di eleggibilità delle donne nella votazione popolare del 1959. Dopo i Cantoni di Vaud e Neuchâtel nel 1959, e di Ginevra nel 1960, i due Basilea riconoscono il diritto di voto ai propri cittadini e il Ticino è sul punto di farlo. In Francia è istituito il Movimento di liberazione delle donne. In Svizzera i movimenti di contestazione giovanili chiedono di riformare le istituzioni politiche. Difendono anche l’emancipazione delle donne.

Appena la Svizzera aderisce al Consiglio d’Europa, nel 1963, l’Assemblea federale inizia i suoi lavori sulla Convenzione europea dei diritti dell’uomo (CEDU). Risulta evidente che la Costituzione federale non è conforme agli standard della CEDU, in particolare per quanto riguarda l’uguaglianza dei sessi.

Il suffragio femminile: prima o dopo la ratifica della CEDU?

Alla fine del 1968, in adempimento di un postulato, il Consiglio federale sottopone all’Assemblea federale un rapporto circostanziato sulla CEDU nel quale si pronuncia risolutamente a favore dell’introduzione del suffragio femminile nella Costituzione federale prima di ratificare la Convezione.

L’esame del rapporto è in programma in Consiglio nazionale nella sessione estiva del 1969. Per mettere pressione, le attiviste in favore dei diritti delle donne accolgono i deputati con striscioni sulla scala monumentale che porta alle sale dei Consigli. «Fintanto che le donne non votano, la Svizzera non è una democrazia», si può leggere su uno striscione.

Questa azione rilancia all’interno del Parlamento le rivendicazioni delle 5000 persone, uomini e donne, che tre mesi prima, l’8 marzo, si erano riunite sulla Piazza federale. «L’uguaglianza è un diritto umano» avevano allora proclamato i manifestanti in riferimento alla CEDU.


Attiviste accolgono i parlamentari il 12 giugno 1969 nel Palazzo del Parlamento. (Foto Keystone)

Alcuni tenori della politica come il ministro socialista zurighese degli affari esteri Willy Spühler, il relatore della Commissione competente Mathias Eggenberger (PS, SG), il capogruppo parlamentare socialista, il neocastellano Pierre Graber (PS, NE), o ancora il cattolico conservatore dei Grigioni Ettore Tenchio antepongono la firma della Convenzione al suffragio femminile, nota lo storico ed ex consigliere nazionale Josef Lang nel blog del Tagesanzeiger.

Secondo Max Arnold (PS, ZH) sarebbe indecente se la Svizzera ratificasse la Convenzione con una riserva sul diritto di voto alle donne. Egli chiede al Consiglio federale di interpretare la parola «uomo» nella Costituzione federale nel suo senso generico, come nella CEDU, e di riconoscere in tal modo i diritti civili alle donne.

Estratto dell’intervento del consigliere nazionale Max Arnold a pag. 356 seg. del verbale della seduta del Consiglio nazionale del 12 giugno 1969

(…) In vista della ratifica della CEDU e di un futuro ingresso della Svizzera nelle Nazioni Unite, il Consiglio federale è invitato a riesaminare le modalità per interpretare la Costituzione federale sotto il profilo dell’uguaglianza in diritto tra uomo e donna. A mio avviso, in tal modo si potrebbe trovare un accordo con le future cittadine con pieni diritti, le donne, e le loro associazioni. La nostra decisione sarebbe decisamente disdicevole se non considerassimo su questo punto l’opinione delle donne. (…)

I radicali e il gruppo dei contadini, degli artigiani e dei borghesi sono divisi. Soltanto l’Anello degli indipendenti e i membri del Partito svizzero del lavoro sostengono apertamente le 41 organizzazioni femminili, precisa ancora Josef Lang.

Il Consiglio nazionale accetta il rapporto del Consiglio federale, mentre la maggioranza del Consiglio degli Stati lo respinge. Per alcuni oppositori la Svizzera tutela a sufficienza i diritti dei suoi cittadini. Altri temono che la Commissione europea dei diritti dell’uomo metta il naso nei litigi svizzeri. Altri ancora vogliono introdurre il diritto di voto per le donne prima di apporre qualsiasi firma alla Convenzione.

Scrutinio decisivo

Il dibattito sulla CEDU sfocia il 7 febbraio 1971 nell’organizzazione di un nuovo scrutinio sul suffragio femminile a livello federale. Il «sì» vince con il 65,7 per cento dei voti. Soltanto la Svizzera centrale e nord-orientale rispondono no. I Cantoni introducono il suffragio femminile poco dopo, ad eccezione della Landsgemeinde di Herisau (AI), che concede il voto alle donne soltanto nel 1989 e con una maggioranza risicata.

Finalmente, nel 1972 il Consiglio federale parafa la CEDU e nel 1974 il Parlamento la ratifica. Durante la sessione autunnale del 2011, le Camere federali concedono ai coniugi e ai partner registrati la facoltà di scegliere uno dei nomi, da nubile o celibe, come nome comune o di conservare ciascuno il proprio nome. Questa modifica ha rimosso uno degli ultimi ostacoli sul piano federale all’uguaglianza giuridica tra donna e uomo.

Una Convenzione vivente

Gli Stati europei riuniti in seno al Consiglio d’Europa hanno pubblicato la Convezione europea dei diritti dell’uomo nel 1950, sul modello della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. Vi esprimono la loro volontà di rafforzare la democrazia e lo Stato di diritto sul Vecchio Continente per impedire un nuovo conflitto.

La Convenzione per la salvaguardia dei Diritti dell’Uomo e delle Libertà fondamentali è in costante evoluzione. Il testo è stato perfezionato con diversi diritti e libertà e numerosi protocolli, come il protocollo numero 6 concernente l’abolizione della pena di morte. I trattati, che attualmente sono 225, e la giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo (Corte EDU) hanno ispirato l’elenco dei diritti fondamentali della Costituzione federale del 1999.

La Svizzera si impegna a fondo in seno al Consiglio d’Europa tanto da potersi vantare come guardiana dei diritti dell’uomo. Essa conta il più basso numero di sentenze della Corte EDU.

La Delegazione del Parlamento federale è invece molto attiva in seno all’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa (APCE). Un consigliere e una consigliera agli Stati del Cantone di Ginevra sono stati eletti alla presidenza dell’APCE: Olivier Reverdin nel 1969 e Liliane Maury Pasquier nel 2018 e 2019.

Fonti online: