Oggi la sinistra ha difeso con convinzione la proposta di modifica costituzionale lanciata dal Gruppo per una Svizzera senza esercito (GSsE). Le tendenze globali nel settore delle armi - ha ad esempio sostenuto Fabien Fivaz (Verdi/NE) - sono preoccupanti: i budget della difesa, Svizzera compresa, sono in aumento da diversi anni e oggi rappresentano oltre il 2% del PIL mondiale. L'obiettivo dell'iniziativa è invertire questa tendenza diminuendo gli investimenti nel settore, ha spiegato il neocastellano.
La popolazione non vuole che il suo denaro (attraverso la BNS e gli istituti di previdenza, ndr) venga usato per finanziare armi nucleari o mine antiuomo, ha detto Edith Graf-Litscher (PS/TG). La vodese Léonore Porchet (Verdi) ha sostenuto dal canto suo che "investimenti miliardari vengono effettuati nelle armi da guerra a partire dalla nostra piazza finanziaria, mentre parallelamente migliaia di persone si spostano per fuggire dai conflitti armati senza che la Svizzera risponda in modo adeguato all'emergenza umanitaria".
Per Pierre-Alain Fridez (PS/JU) è una questione di credibilità e d'immagine della Svizzera, Paese che ha fatto la sua reputazione con la diplomazia e i buoni uffici nella risoluzione dei conflitti. Se non si vuole l'iniziativa - ha continuato il giurassiano rivolgendosi ai partiti borghesi - bisognerebbe almeno affiancarle un controprogetto.
La minoranza della commissione chiede infatti di rinviare il dossier alla Commissione di politica di sicurezza affinché elabori un'alternativa. Il controprogetto sarebbe sostanzialmente chiamato a sostituire i divieti previsti dall'iniziativa con norme sulla trasparenza, in modo che gli investitori con esigenze etiche possano orientarsi di conseguenza.
Ciò non permetterà di raggiungere gli obiettivi fissati nell'iniziativa: l'impatto della Svizzera nel mercato mondiale dei produttori di materiale bellico è molto limitato, ha replicato François Pointet (PVL/VD). È ingenuo credere che le guerre si arresteranno se la Banca nazionale svizzera (BNS) e le nostre casse pensioni dovessero ritirarsi da tali investimenti, ha aggiunto il vodese.
Oltre a questo, le definizioni e i criteri dell'iniziativa sono poco chiari: spesso è difficile stabilire il confine tra utilizzo civile e militare, Jean-Luc Addor (UDC/VS). L'iniziativa - ha aggiunto - non prende di mira i commercianti di cannoni ma le imprese ad alto valore aggiunto. Ciò comporterà un esodo di attività commerciali e posti di lavoro all'estero. Quanto al controprogetto, per Addor "è solo uno strumento per fare passare la pillola".
Le piccole e medie imprese (PMI) e diversi rami dell'industria avrebbero ad esempio difficoltà ad accedere ai crediti qualora facessero parte della catena di fornitura per aziende d'armamento in Svizzera e all'estero, ha precisato Sidney Kamerzin (PPD/VS) ricordando che sono 13'000 le imprese potenzialmente interessate.
Jacqueline de Quattro (PLR/VD) ha da parte sua fortemente criticato l'ingerenza nella politica della BNS: questa iniziativa genererebbe nuove interferenze politiche, con il rischio che ciò potrebbe diventare uno strumento politico ricorrente in futuro.
Per Lorenzo Quadri (Lega/TI) l'iniziativa avrebbe contraccolpi economici per AVS e casse pensioni e ciò senza portare a risultati concreti. Insomma, la Svizzera si troverebbe a fare la "prima della classe" a proprio danno. A tal proposito Piero Marchesi (UDC/TI) ha ricordato come la situazione dei mercati finanziari sia già oggi difficile. Il ticinese ha anche criticato direttamente gli iniziativisti: con la proposta di modifica costituzionale attaccano indirettamente l'esercito, ma il loro fine ultimo - ha affermato - è giungere a una Svizzera senza esercito.
Il relatore commissionale Rocco Cattaneo (PLR/TI) ha da parte sua ricordato come la legge federale sul materiale bellico già oggi preveda il divieto di finanziamento di armi atomiche, biologiche e chimiche, di munizioni a grappolo e mine antiuomo. Gli istituti finanziari interessati, inoltre, già da tempo considerano i principi che si rifanno a criteri etici, sociali e ambientali, ha proseguito il ticinese invitando il plenum a bocciare l'iniziativa senza opporle un controprogetto.
L'iniziativa
L'iniziativa, forte di 104'612 adesioni, vuole vietare alla BNS e alle casse pensione di investire nelle imprese che realizzano oltre il 5% del loro fatturato annuo con la fabbricazione di materiale bellico. Inoltre, la Confederazione dovrebbe esigere determinate condizioni da banche e assicurazioni.
Secondo dati forniti dal comitato promotore, nel 2016 "la BNS ha investito 800 milioni di dollari nei produttori di armi nucleari", le casse pensione versano fra i 4 e i 12 miliardi nel settore del materiale bellico e UBS e Credit Suisse 8 miliardi in quello degli armamenti.