È quanto pensa il Consiglio degli Stati che per 23 voti a 11 e nove astenuti ha respinto una mozione del Nazionale inoltrata da Benjamin Roduit (Centro/VS). Il dossier è liquidato.
Forte del fatto che l'endometriosi colpisce una donna su dieci in Svizzera - ne soffrirebbero più di 200 mila donne - Roduit crede che sia necessario intervenire con uno studio ad hoc, affinché sia possibile identificare questa malattia per tempo, mitigando in questo modo i costi per il sistema sanitario e riducendo i casi di infertilità. Oggi, tra l'insorgere della malattia e la diagnosi trascorrono circa 8-10 anni, stando al deputato vallesano.
Secondo l'autore della mozione, il FNS dispone di un numero di ricerche troppo esiguo sull'endometriosi. Per questo occorre agire rapidamente per sviluppare le competenze allo scopo di migliorare la salute di molte donne ed evitare costi troppo elevati per la sanità, che ammonterebbero a 1,5 miliardi di franchi all'anno.
Argomenti quest'ultimi in parte ripresi in aula da Céline Vara (Verdi/NE), secondo cui si è dedicato troppo poco tempo e denaro allo studio di questa patologia, mentre per altre affezioni, come i problemi alla prostata, si è fatto molto di più. A suo avviso, è necessario una certo riequilibrio tra i generi nello studio delle malattie. Pur non approvando la mozione, anche Andrea Gmür-Schönenberger (Centro/LU) ha chiesto al Consiglio federale maggior impegno in questo settore.
Ma per il Consiglio federale e la commissione, il FNS sostiene già ricerche su questa malattia invalidante che colpisce le donne. Siamo sulla buona strada, ha affermato il "ministro" della ricerca Guy Parmelin.
Tuttavia, la mozione stravolge le regole in vigore per la presentazione di progetti di ricerca, imponendo dall'alto un tema da studiare quando invece la promozione della ricerca riposa sul principio bottom-up - dal basso in alto - e i fondi vengono assegnati su base competitiva, tenendo conto di criteri d'eccellenza.
Pur non negando la gravità del problema, Benedikt Würth (Centro/SG) ha sottolineato che non spetta al Parlamento indicare che cosa bisogna o non bisogna studiare, anche perché in questo vi è il pericolo di aprire la porta ad altre richieste e, in ultima, alle lobbies.