Es gilt das gesprochene Wort

 

“Importanza del sistema di concordanza anche in periodo di crisi economica”

 

Saluto Calorosamente
I consoli generali,
I consoli onorari,
Gli invitati,

E vi ringrazio per quest’occasione che mi offrite di portare i saluti del Parlamento svizzero e la mia testimonianza di politica.

Parlare del sistema di concordanza e della crisi economica a voi, cari Consoli, è difficile, perché voi avete il compito di sostenere all’estero i nostri concittadini, e quindi, il Paese, di cui conoscete perfettamente la sua storia, le sue legislazioni, le sue procedure amministrative e commerciali. Lo sguardo che voglio portare è quello di una politica, alle prese con un mondo che cambia e con sollecitazioni sempre più pressanti. Equilibrio e tempo saranno il filo conduttore della riflessione.

Il federalismo e la democrazia consociativa ci hanno portato stabilità politica ed economica. Questa grande capacità di integrare nel processo decisionale tutti i principali attori politici in grado di esercitare delle pressioni è riuscita a far convivere positivamente un Paese complesso, con equilibri delicati e con l’idea di protezione delle minoranze sempre presente. Siamo un Paese ricco, stabile e fondamentalmente, grazie a questa formula detta “magica”, siamo ben gestiti. Come politica mi chiedo, però: abbiamo motivi di inquietudine oggi? Le incertezze che ci circondano arriveranno a colpire anche noi? E perché, a mio avviso, la concordanza è così importante in periodo di crisi?

La democrazia consociativa nasce e si adatta nei momenti di crisi proprio per rispondere alle esigenze delle nuove situazioni. Inizia a svilupparsi negli anni ‘30-’40 dopo aver superato momenti di forte opposizione tra le forze borghesi e i movimenti operai. Dopo lo sciopero generale del 1918, il blocco borghese, composto dal partito radicale democratico, dal partito conservatore e, più tardi, anche dal partito dei contadini degli artigiani e dei borghesi (poi chiamatosi UDC), nasce come coalizione anticomunista e antisocialista, ponendo fine all’egemonia radicale. È quindi questa prima crisi a portare un adattamento della composizione del governo: già allora era necessario unire le forze per trovare soluzioni pragmatiche in materia di politica economica.

Nel 1935 è il Partito socialista che, aderendo all’idea di difesa nazionale, rassicura gli avversari politici e si dimostra così pronto ad entrare in governo nel 1943. E nel dicembre 1959, 50 anni fa, nasce la formula magica, battezzata così dalla NZZ in un articolo del 26 novembre di quell’anno. Su iniziativa del partito conservatore cristiano-sociale (i democristiani di oggi), il governo sarà formato da due radicali, due conservatori, due socialisti e un esponente del partito che diverrà poi l’UDC di oggi.

L’importanza di trovare soluzioni comuni per far fronte alla crisi è quindi nettamente più forte delle volontà egemoniche dei diversi partiti. I gruppi politici sono coscienti che da soli non hanno la forza sufficiente per proporre soluzioni e imparano questo modo di funzionare tramite alleanze ed un’equa rappresentanza delle forze in gioco in governo. In generale, la ricerca del compromesso, che tra l’altro oggi si realizza in modo molto importante grazie alla procedura di consultazione, permette di limitare l’impiego si strumenti come il referendum, che potrebbero frenare ulteriormente la ricerca di una soluzione. L’idea di equilibrio è quindi cresciuta e si è ancorata profondamente nella nostra cultura politica.

Questo modo di azione politica ha anche obbligato, e obbliga ancora oggi, noi politici a tener costantemente conto delle varie e svariate diversità della Svizzera, pena il fallimento di ogni azione politica. In effetti, solo soluzioni equilibrate che tengono conto di tutti gli interessi in gioco vengono accettate in votazione popolare. Perché il nostro Paese si è proprio costruito così, con delle minoranze che cercano continui equilibri.

Equilibri nelle lingue: abbiamo tre lingue ufficiali e quattro lingue nazionali. Ognuno ha il diritto di parlare la propria lingua e, a tutela delle lingue minoritarie, il Parlamento (certo contro il volere del Consiglio federale), ha fatto passare la Legge sulle lingue.

Equilibri nelle confessioni: le guerre di religione del passato ci hanno spinto a trovare una pace religiosa, e ognuno di noi è libero di praticare e non credere o credere nel suo Dio.

Equilibri nelle regioni: tra centro e periferia, tra città e villaggio, la cui esistenza è garantita dall’autonomia comunale. E in questi ultimi anni la nuova perequazione finanziaria intercantonale, completata da una politica regionale moderna, dovrebbe permettere di meglio ripartire le ricchezze del paese.

Equilibri più o meno sempre mantenuti, ai quali noi politici ci siamo spesso appellati, e che hanno permesso al nostro Paese di crescere. In un contesto che però ora sta cambiando molto velocemente e ci pone nuove sfide.

Agli impulsi che vengono dall’esterno è sempre più difficile reagire e rispondere coerentemente: per esempio, come integrare l’inglese nel nostro plurilinguismo? Forse rispondendo che sono decine e decine di milioni in Europa le persone che parlano le nostre lingue ufficiali? Come integrare cittadine e cittadini appartenenti ad una cultura ed una religione così lontana dalla nostra? Forse vietando o facilitando la costruzione di minareti? E come gestire le regioni del nostro paese in un paesaggio in cui le regioni europee si modellano diversamente senza rispettare le frontiere? La nostra perequazione finanziaria, la politica regionale, la politica delle agglomerazioni e gli sforzi nel campo dei trasporti e dei servizi pubblici saranno sufficienti a valorizzare tutte le regioni del nostro Paese e ad evitare un abbandono delle regioni più discoste a profitto delle agglomerazioni e permetterci di rimanere comunque collegati al mondo che ci circonda? E infine, come continuare a sostenere la nostra economia in un mondo globalizzato ed in piena crisi?

Questi equilibri, a volte fragili, hanno una legittimità anche nella Costituzione: anche se siamo diversi tra noi, la Costituzione dice che siamo tutti svizzeri e abbiamo gli stessi diritti e soprattutto pari opportunità. La Patria è di tutti, ma ognuno la vede diversamente. E questo, finora non è mai stato un problema: mi chiamo Chiara, abito a Comano, paese di 1848 abitanti, ed ho gli stessi diritti di Klara che abita a Zurigo, città di 380’499 abitanti, e di Claire, che risiede a La Sagne con altri 936 concittadini. La Svizzera è una nazione composta di diversità e i cittadini hanno fiducia nel sistema e sono rimasti leali a questa pluralità.

Ed ora? Alla democrazia consociativa si rimprovera di rendere le modalità di decisione lente e complesse. Si vorrebbero addirittura applicare dei modelli che vanno per la maggiore all’estero, dimenticando che da noi l’opposizione la fa il popolo sovrano. Negli ultimi tempi la formula magica è stata messa in discussione. Le interpretazioni sono disparate. C’è chi vuole una mera rappresentanza numerica, e c’è chi invece vuole un programma di governo più impegnativo. Gli ultimi scossoni che abbiamo vissuto hanno dimostrato che la maggioranza del Parlamento dà molta importanza alla formula magica, non solo quella numerica, e agli strumenti di concordanza e democrazia. 

Infatti, la formula non è solo un affare di persone. Queste persone rappresentano partiti che hanno la volontà di lavorare assieme e risolvere assieme i problemi. Forse se ne vede un tentativo nel programma di Legislatura 2007-2011 del Consiglio federale. Nei 5 indirizzi politici generali: rafforzamento della Piazza economica svizzera, garanzia della sicurezza all’interno del Paese, rafforzamento della coesione sociale, sviluppo sostenibile e duraturo e infine, consolidamento della posizione della Svizzera nel mondo globalizzato. Il sistema di concordanza vuole che su questi punti ci sia un minimo di accordo. Siamo, per ora, condannati alla concordanza, anche perché il cittadino lo ha dimostrato più volte: non è assolutamente disposto a rinunciare ai suoi diritti democratici.

Ora la Svizzera deve rispondere a sollecitazioni economiche e culturali esterne a livello mondiale sempre più rapidamente.

La fretta. Ed ecco però che spunta la dimensione temporale a mettere in pericolo equilibri così faticosamente costruiti. Per adattarsi a questo mondo che cambia e evolve così rapidamente si sta tentando di agire proponendo numerosi progetti di riforme del governo, per renderlo più rapido e più presente sulle diverse scene internazionali e nazionali.

Ecco. Essere presenti sulla scena internazionale. Da soli, noi nel Paese, noi politici con la nostra amministrazione non ce la facciamo. I viaggi come quello di questi giorni a Roma permettono di portare un po’ di conoscenza del nostro Paese, anche semplicemente far notare che in Svizzera si parla anche l’italiano, che è una lingua ufficiale. E poi i viaggi dei nostri ministri, per risolvere problemi pratici, siglare accordi allo scopo di facilitare scambi economici e culturali. E poi ci siete voi. Consoli, ai quali lo Stato ha attribuito il compito di portare un po’ della nostra amministrazione all’estero. Siete presenti per i nostri concittadini che sparsi nel mondo esercitano attività importanti, e fanno conoscere il nostro Paese e le nostre diversità. Il vostro ruolo, e quello dei cittadini svizzeri all’estero è quindi fondamentale, ancor più in tempo di crisi.

Riprendo gli interrogativi dell’inizio: certo che abbiamo motivo di essere inquieti oggi, e le incertezze che ci circondano colpiranno anche noi. In periodo di crisi non possiamo permetterci decisioni non equilibrate, che porterebbero ad inevitabili conflitti sociali. Ecco perché il nostro sistema deve sì essere adattato, facendo però attenzione: il sistema ci ha portato ricchezza e stabilità e i cittadini hanno dimostrato a più riprese di aver fiducia in questo sistema, dobbiamo averne cura.

A volte dimentichiamo anche noi politici che il benessere e la stabilità del Paese sono frutto della storia. Abbiamo l’obbligo morale di continuare il lavoro di propugnare il consenso con visioni moderne. Oggi non abbiamo più bisogno di teorie. In questo mondo in cui si parla di crisi, è necessario ristabilire un clima di fiducia e tornare al senso della misura, al consenso, nell’interesse dei cittadini per trovare delle soluzioni che di “Magico” hanno solo il nome, perché sono invece frutto di tanto lavoro, capacità di dialogo e compromessi ottenuti tra tutte le parti in gioco. Sicuramente noi politici dovremo avere il coraggio, se necessario, di prendere decisioni difficili, magari anche impopolari.

Potrebbe dunque darsi che questa recessione possa anche essere utile al Paese, alla sua democrazia consociativa. E allora possiamo capovolgere il titolo dato a questo mio breve intervento: La crisi economica come opportunità per il nostro sistema di concordanza.

Concludo invitandovi, cari Consoli, a continuare a svolgere il ruolo di moltiplicatori con passione e coscienza, anche in questo periodo di crisi che ci accoglie magari un po’ impreparati. Le sfide che deve affrontare il nostro amato Paese sono numerose, ma le competenze e la volontà di continuare sono presenti a tutti i livelli.
Vi ringrazio per l’ascolto e attendo con interesse le vostre impressioni sulla capacità del nostro Paese a vivere e gestire la crisi e, perché no, le vostre attese nei riguardi di noi politici in un momento così delicato della nostra Storia.

14.05.2009