Signora Presidente del Consiglio nazionale svizzero,
è per la Società Dante Alighieri - per me personalmente, per i miei collaboratori - un grande onore ricevere lei, con la sua delegazione, qui a Palazzo Firenze, sede della Presidenza centrale della nostra società. È l'occasione di un omaggio sentito da parte nostra alla democrazia svizzera che si è consolidata nei secoli in un equilibrio creativo tra politica nazionale e politica cantonale, in un momento di crisi della politica di tanti sistemi democratici nel mondo.
Oggi, sotto la spinta del mondo globale e delle reazioni e passioni che suscita, la democrazia non appare così forte in tante parti del mondo. La Confederazione Elvetica, nella sua storia, ha saputo integrare la diversità linguistica, culturale e religiosa, diverse componenti, nel rispetto delle libertà e delle identità: ex pluribus umum per utilizzare l'antica espressione latina. E lo ha fatto proprio in tempi in cui si proponeva prepotente il modello dello stato nazionale omogeno. Oggi la Svizzera appare una realtà, alla cui sapiente architettura democratica (che dura in questa forma dalla metà del secolo XIX) va reso merito, anche se niente è ripetibile nella storia.
Una storia di pluralità e democrazia, fondata sulla libertà. La Svizzera, con la sua composizione complessa, fondata sulla libertà e la convivenza nella diversità, ha assorbito e integrato ondate successive di migranti, tra cui una notevole immigrazione italiana. Come terra di libertà, la Svizzera - e penso anche al Canton Ticino - è stata un luogo di accoglienza di quanti si vedevano negata la libertà per le loro idee o per altre ragioni, in duri momenti della storia europea e di altri continenti.
Il problema della convivenza nella diversità, spesso accentuata, si pone in questo momento a tutte le società, che un tempo furono omogenee, ma oggi sono investite dal pluralismo delle presenze migratorie e degli spostamenti della popolazione. L'identità nazionale si deve aprire alla pluralità. È la grande questione della civiltà del vivere insieme (espressione che mi è molto cara), tutt'altro che risolta, ma che resta un obiettivo se non si vuole cedere alla logica dei muri, delle contrapposizioni,
del ritorno ai nazionalismi, peraltro in un mondo oggi senza frontiere dal punto di vista della comunicazione, dei flussi finanziari, degli spostamenti della popolazione. È la contraddizione del mondo globale: caduta e allo stesso tempo costruzione delle frontiere.
Questa è l'occasione, Signora Presidente, di un omaggio sentito al Consiglio nazionale svizzero che lei presiede, il quale con il Consiglio degli Stati forma l'Assemblea federale, cuore pulsante della democrazia elvetica. E di un omaggio alla vostra democrazia!
© Lorenzo Abbate
La Svizzera e l’italiano
Da questo palazzo e da questa presidenza, non si guarda alla Svizzera con uno sguardo esterno. Non solo per la presenza nel paese della nostra Società con 21 comitati e 3000 soci, ben inseriti nella diffusione della lingua e della cultura italiane. Ma anche per il legame intrinseco della Confederazione con la lingua italiana, che è una delle lingue ufficiali della Svizzera. Si guarda alla Svizzera con simpatia e con partecipazione: mi permetto di dire dall'interno della Confederazione.
La lingua e la cultura italiane sono anche svizzere: sono di casa in Svizzera. Penso all'Università di Lugano, che ho avuto occasione di conoscere dove s'insegna in italiano, pur praticando il multilinguismo. Sono radicate nella terra del canton Ticino e nelle valli italofone del canton dei Grigioni. Ma anche in tutta la Confederazione, perché care a tanti italiani cittadini del paese, immigrati, residenti. E non solo italiani, ma anche svizzeri che amano parlare la nostra lingua.
L'italiano è anche una lingua svizzera. Per questo abbiamo voluto la presenza dell'ambasciatore della Confederazione al nostro Consiglio centrale fin dal predecessore dell'ambasciatrice Rita Adam che, dall'inizio della sua attività a Roma, ha avuto l'amabilità di presentarsi e di essere presente alle nostre riunioni. La presenza del rappresentante diplomatico svizzero è per noi un apporto prezioso e un fatto simbolico. Del resto abbiamo voluto che la Società Nazionale Dante Alighieri - fu fondata con questo nome - divenisse la Società Dante Alighieri.
Noi consideriamo la Svizzera, con una sua storia particolare, parte integrante dell'identità culturale italiana e quindi siamo consapevoli che la Società Dante Alighieri debba avere con il vostro Paese un rapporto particolare: intrinseco e non estrinseco, lo ripeto.
© Lorenzo Abbate
La Società Dante Alighieri tra passato e presente
La nostra Società trae origini dalla vicenda risorgimentale e ha in Giosuè Carducci il suo iniziatore. Ha passato momenti di forte identificazione con il nazionalismo e il fascismo. Tanto che, lo scorso anno, anniversario delle leggi razziste del 1938, abbiamo voluto cancellare ufficialmente l'atto di espulsione dei soci ebrei dalla Dante e offrire ai loro discendenti la qualifica di soci perpetui. Il razzismo fascista considerava che gli ebrei, in quanto tali, non potessero essere portatori di un progetto di italianità che, per definizione, doveva essere ariano. Questo ci dice a che punto possano arrivare le aberrazioni del nazionalismo e del razzismo.
La Dante di oggi, sviluppatasi nella storia dell'Italia democratica, a confronto con tanti paesi del mondo con i suoi più di 400 comitati, sta perseguendo una politica che mette al centro la lingua e la cultura italiane come elementi di un «mondo italiano» o di un «mondo in italiano» al di là dei confini nazionali, pur avendo il suo baricentro nella penisola. Siamo consapevoli che la nostra lingua non può aspirare a ruoli e dimensioni come quelle di altre lingue più parlate, ma siamo anche coscienti della grande simpatia nel mondo verso l'Italia e l'italiano, tanto da farne - dicono alcuni - la quarta lingua d'elezione più studiata al mondo.
© Lorenzo Abbate
La promozione dell’italiano
Signora Presidente, l'interesse per la nostra istituzione nel mondo, che lei manifesta con questa sua visita, ci rafforza nei nostri propositi: auspichiamo che la Svizzera ci stia vicina in questo processo di allargamento del mondo italiano. Siamo convinti che il mondo globale non può essere colorato in modo uniforme con il grigio di una sola lingua, magari egemonica e impoveritrice rispetto alle capacità espressive di altri idiomi. La nostra non è una posizione nazionalista, ma la convinzione che il mondo vada colorato in modo diversificato, come insegnava il grande pittore europeo Chagall: «Se tutta la vita va inevitabilmente verso la sua fine... dobbiamo colorarla con i nostri colori di amore e di speranza». Le lingue sono colori della diversità che ci liberano dal grigio che non viene dal profondo della vita e che non riesce ad esprimere il fondo dell'esistenza. La pluralità delle lingue è una ricchezza.
Non posso che congratularmi della politica elvetica che, mentre promuove il multilinguismo specie tra i giovani (premessa per vivere a proprio agio nel mondo globale), si impegna alla conservazione e alla diffusione delle lingue ufficiali, anche le minori come quella italiana e quella romanza. Tale conservazione - lo dico per l'italiano - non è una riserva o un museo, ma una circolazione viva di scambi anche con la più vasta comunità italiana. In questo senso, sentiamo di impegnarci.
Grazie, Presidente, per la sua vista a Palazzo Firenze.
Premio conferito il 3 maggio 2019 alla sede della Società Dante Alighieri, Palazzo Firenze a Roma. Fa stato il testo parlato.