Dall'entrata in vigore della nuova legge sugli stranieri nel 2019, la prassi in questi casi si è irrigidita, secondo l'autrice dell'iniziativa; gli stranieri vengono espulsi quando finiscono in assistenza, benché abbiano vissuto, lavorato e pagato le tasse in Svizzera per decenni. Alcuni di loro sono addirittura nati in Svizzera o vi sono arrivati molto giovani.
Un argomentazione ripresa in aula anche dai favorevoli all'iniziativa, come Isabelle Chassot (Centro/FR) o Stefan Engler (Centro/GR), che hanno fatto notare come a farne le spese siano spesso persone che, senza alcuna colpa, sono finite sul lastrico dopo una vita ineccepibile, a causa della disoccupazione, di un divorzio o del decesso di un coniuge.
Talvolta, queste persone non si rivolgono nemmeno ai servizi sociali, benché ne abbiano il diritto, per timore di vedersi revocato il permesso di soggiorno, e non di rado si indebitano, ha affermato Isabelle Chassot. E a farne le spese sono sovente i figli.
Per il Centro e la sinistra, insomma, le attuali disposizioni di legge lasciano spazio a un'eccessiva incertezza, una vera e propria spada di Damocle che pende sulle persone interessate.
Contrari all'iniziativa, Werner Salzmann (UDC/BE) e Hannes Germann (UDC/SH), hanno dichiarato che questa prassi restrittiva è stata introdotta solo nel 2019, e che quindi è troppo presto ora per modificarla, tanto più che i casi di espulsione per povertà sono una minoranza.
Secondo Thomas Hefti (PLR/GL) non c'è alcuna necessità comprovata di chiarire la legislazione. Le autorità eseguono già un attento esame prima di ritirare un permesso di soggiorno, ha spiegato: ciò consente di verificare che la persona interessata non abbia deliberatamente provocato la situazione che l'ha portata alla povertà.