La Commissione della politica di sicurezza del Consiglio nazionale (CPS-N) ritiene non adeguata una moratoria generale per le esportazioni di armamenti in Stati implicati nel conflitto in corso nello Yemen. La legislazione svizzera è molto restrittiva rispetto al resto del mondo e la valutazione caso per caso delle domande d’esportazione ha dato buoni risultati. Questo sistema equilibrato va quindi mantenuto.

​Con 17 voti contro 6 e 2 astensioni la CPS-N si è espressa contro la presentazione di una mozione di commissione. Con una mozione di questo tipo il Consiglio federale sarebbe stato incaricato "di elaborare un’ordinanza che vieti l’esportazione di materiale bellico in Paesi implicati nella guerra in Yemen e renda più difficoltosa l’esportazione di determinati beni militari e beni a duplice impiego".

La maggioranza della Commissione ritiene che la legislazione svizzera e la prassi d’autorizzazione per le esportazioni di armamenti sia molto restrittiva rispetto al resto del mondo. I criteri contenuti nella legislazione permettono al Consiglio federale di procedere a un’analisi dei rischi in ogni singolo caso e di decidere adeguatamente. Queste decisioni sono preparate accuratamente prima di essere prese e la prassi che le accompagna è risultata quindi valida. A detta della maggioranza della Commissione, divieti generali d’esportazione sono sproporzionati e inconciliabili con il principio fondamentale di politica estera dell’universalità. Un embargo generale per le esportazioni sarebbe opportuno solo se fossero state ordinate sanzioni dall’ONU, dall’OSCE o da altri partner commerciali importanti della Svizzera. Questo non è però il caso per il conflitto nello Yemen. La maggioranza sottolinea inoltre che una valutazione globale deve includere anche aspetti economici e di politica di sicurezza. Di conseguenza occorre garantire all’esercito svizzero una certa autonomia nell’acquisizione di beni d’armamento. A tale scopo è necessario disporre nel proprio Paese di una capacità industriale adeguata ai bisogni della difesa nazionale. Alla luce della scarsa domanda sul mercato nazionale l’industria svizzera degli armamenti dipende dalle esportazioni. Anche in questo contesto è importante poter rispettare i trattati conclusi a lungo termine per rimanere credibili anche in futuro.

Vista la situazione tesa dall’inizio del 2016 fra l’Arabia Saudita e l’Iran, la minoranza ritiene imperativo rinunciare all’esportazione di armamenti in quella regione. Un’escalation militare avrebbe conseguenze imprevedibili per la Svizzera sul piano delle relazioni economiche, della situazione dei flussi migratori e del contesto generale di sicurezza. La Svizzera neutrale deve essere più prudente di altri Stati nell’esportare armamenti, non da ultimo per non compromettere la sua credibilità nell’ambito dei buoni uffici da essa prestati. Alla luce del conflitto armato in atto nello Yemen, la minoranza non ritiene più opportuna una valutazione caso per caso.

 

No a spese militari dell’ordine di almeno l’1,2 per cento del PIL

La Commissione respinge con 14 voti contro 8 la richiesta dell’iniziativa cantonale 15.307 del Cantone di Berna secondo cui nella Costituzione federale si dovrebbe fissare una quota di almeno l’1,2 per cento del PIL per le spese militari per i prossimi dieci anni. La maggioranza della Commissione ritiene questa richiesta irrealizzabile poiché un simile aumento delle spese militari comporterebbe risparmi sostanziali in altri settori di compiti della Confederazione per circa 3 miliardi di franchi o corrispondenti aumenti fiscali. La maggioranza ribadisce per contro la necessità di disporre di un budget per il militare di 5 miliardi all’anno, come ripetutamente chiesto dal Parlamento dal 2011. Questo importo corrisponde anche allo stanziamento previsto nel decreto federale concernente il limite di spesa 2017-2010 di 20 miliardi di franchi e richiesto nell’ambito dell’ulteriore sviluppo dell’esercito (14.069). Infine la maggioranza ritiene che il PIL non sia un criterio adeguato per stabilire l’entità delle spese militari.

La minoranza della Commissione fa riferimento all’attuale situazione di minaccia che è divenuta viepiù critica. Rispetto agli Stati dell’UE, che in media utilizzano circa l’1,6 per cento del PIL per le spese militari, quelle della Svizzera si situano a un livello molto basso con lo 0,8 per cento del PIL (dato del 2014). Un aumento corrispondente non andrebbe finanziato mediante un aumento delle imposte, bensì mediante un riesame coerente dei compiti della Confederazione.

 

Presieduta dalla consigliera nazionale Corina Eichenberger-Walther (PLR, AG), la Commissione si è riunita il 15 e 16 febbraio 2016. A parte della seduta erano presenti il presidente della Confederazione Johann Schneider-Amman, capo del DEFR, e il consigliere federale Guy Parmelin, capo del DDPS.

 

 

Berna, 16 febbraio 2016 Servizi del Parlamento