​(mit freundlicher Genehmigung der Stämpfli Verlag AG)

 

20 Jahre KdK
Les 20 ans de la CdC
20 anni della CdC
20 onns CdC

 

Il federalismo, modello svizzero per il futuro
FILIPPO LOMBARDI, presidente del Consiglio degli Stati

 

Lo scorso dicembre, appena eletto alla presidenza del Consiglio degli Stati, fui invitato dall’Ambasciatore dell’Unione Europea in Svizzera, Richard Jones, ad un interessante e movimentato dibattito con i diplomatici dei suoi paesi membri accreditati a Berna. Avendo ricordato loro che ogni decisione della Svizzera – non solo per un’eventuale e per ora improbabile adesione, ma anche per un semplice «Spazio economico bis» – andrebbe sottoposta a votazione popolare con doppia maggioranza di popolo e Cantoni, mi sentii rispondere severamente da un ambasciatore (di cui non citerò il Paese onde evitare incidenti diplomatici): «questa è la prova che il vostro sistema non è più adeguato a gestire i problemi di una società moderna nel contesto internazionale».

Risposta abbastanza secca, ma che rappresenta bene il pensiero di molti «eurocrati
» che vedono nella democrazia diretta e nel federalismo svizzero (concettualmente
opposto al federalismo europeo centralizzatore) un fastidioso caso di arretratezza che impedisce loro di avanzare come vorrebbero nei confronti del nostro paese. Cito questo esempio «esterno», ma purtroppo anche all’interno della Svizzera il federalismo viene ormai visto da parecchi come una polverosa reliquia del passato, che frena l’estasi amministrativa (per dirla con Kafka) dei nostri solerti uffici federali e la creatività di numerosi politici e promotori di iniziative, ansiosi di fare dall’alto il bene degli Svizzeri, che essi lo vogliano o meno!

Credo invece fermamente che il federalismo «alla svizzera» sia oggi più moderno
che mai, e sia la risposta migliore che la politica possa dare a quel sentimento di alienazione (Entfremdung) che il cittadino percepisce sempre più di fronte tanto alla macchina statale quanto alle dinamiche sovrannazionali dei poteri forti, economici e finanziari. L’uomo d’oggi, molto meno legato di una volta alle proprie radici famigliari, sociali, culturali e territoriali, tende a diventare una pallina da ping-pong nel gioco dei grandi insiemi che lo dominano e lo manipolano, complice un’informazione sempre meno qualitativa e sempre più quantitativa (accesso «pull» quasi illimitato a tutto lo scibile umano ma senza criteri di scelta, contemporaneo bombardamento «push» di notizie per lo più insignificanti, senza priorità logica e in generale senza memoria storica).

In questo mondo, solo una buona formazione e una costante volontà di informarsi per scegliere può consentire al cittadino di restare attivo e partecipe alla definizione del proprio destino. Altrimenti egli si sente progressivamente emarginato e diventa spettatore passivo di una evoluzione che gli sfugge. Passivo ma non per questo felice! Anzi, le reazioni di insofferenza non tardano a manifestarsi con la sfiducia generalizzata verso le istituzioni, la facile disponibilità a manipolazioni populistiche, per non dire delle violente esplosioni di rigetto quando queste medesime istituzioni sono costrette tardivamente a prendere dei correttivi per rimediare alla loro colpevole e prolungata incapacità di governare e gestire il presente, nonché di prevedere e progettare il futuro.

Proprio l’Unione Europea offre di questi tempi lo spettacolo di una crescente insofferenza popolare verso un potere centrale percepito come sempre più lontano, incapace di capire i bisogni della gente e prono ai voleri di una autocrazia finanziaria senza volto. Sono reazioni in parte ingiustificate, perché molte economie – e quindi molti cittadini – hanno beneficiato per anni di una politica monetaria espansionista a basso interesse inevitabilmente portata ad incentivare il rischio, con alti deficit pubblici e politiche finanziarie lassiste, e oggi nessuno è pronto a pagarne il conto. Ma sono reazioni che dimostrano la spaccatura irrimediabile fra vertice e base in un’Europa centralizzata senz’anima. Al punto che l’UE ha addirittura ritenuto di dover proclamare il 2013 quale «Anno europeo del cittadino», come se ogni anno non fosse per
principio sempre «del cittadino».

La forte crescita di movimenti, partiti e sentimenti euroscettici in numerosi paesi (dai «grillini» italiani all’UKIP britannica e via dicendo), le violente manifestazioni antieuropee nei paesi più toccati dalle politiche di austerità, e la stessa sfida provocatoria di David Cameron, pronto al referendum sulla permanenza del Regno Unito nell’UE qualora non riesca a «rimpatriare» sufficienti competenze da Bruxelles verso i governi nazionali, sono tutte dimostrazioni dell’esasperazione che colpisce almeno un terzo dell’Europa nei confronti di istituzioni sovranazionali percepite come distanti, centralistiche, costose e arroganti.

Di fronte a questo evidente rigetto delle politiche «top down» non basta appellarsi ad una vaga rivalutazione del «bottom up» come si usa dire oggi. Ci vuole uno strumento concreto affinché il cittadino torni a sentirsi soggetto e non oggetto della politica. La Svizzera questo strumento ce l’ha: il federalismo! Quello applicato e vissuto da comunità vere, che non vengono semplicemente gratificate di una qualche «decentralizzazione» concessa da un lontano imperatore, ma che esprimono la propria identità attraverso competenze originali che appartengono loro per natura e che hanno il diritto di esercitare senza doverne chiedere il permesso ad un livello presunto superiore.

Se c’è dunque un messaggio forte che deve segnare il ventesimo anniversario della Conferenza dei Governi cantonali – organo predestinato a coordinare il lobbyismo cantonale a Berna e organizzare quel federalismo cooperativo che può efficacemente regolare a livello orizzontale un certo numero di questioni nelle quali Berna non deve per forza mettere il naso – se c’è un messaggio, è quello del risoluto rilancio del federalismo elvetico, quale metodologia di lavoro per il futuro del nostro Paese e quale prodotto di «esportazione» nella collaborazione internazionale della Svizzera.

Se in futuro l’UE e qualche suo paese membro riscopriranno il federalismo vero magari traendo qualche ispirazione dalla Svizzera, potrebbero sembrarci nuovamente più simpatici. Ma sono soprattutto paesi in via di sviluppo e di democratizzazione che potrebbero trarre beneficio da un «modello svizzero» per risolvere problemi di «governance», di integrazione e partecipazione dei cittadini, o ancora di conflittualità fra realtà culturali, etniche o religiose diverse costrette dalla storia a convivere in un unico Stato. Ne abbiamo avuto la riprova nel corso del mio recente viaggio presidenziale in Tailandia, Myanmar e Cambogia, quando buona parte dei nostri interlocutori si sono interessati proprio a questo contributo originale che la cooperazione svizzera potrebbe offrire loro nel difficile cammino verso la pace, la democrazia, il rispetto delle minoranze e dei diritti umani, oltre che lo sviluppo economico.

 

Auguri dunque alla CdC per i suoi primi 20 anni, e auguri al federalismo svizzero per i prossimi secoli!