(Intervento pronunciato in occasione del Convegno sul plurilinguismo a Lugano, il 3 giugno 2005)
Saluto calorosamente gli amici italofoni e italofili
I consiglieri di Stato Gabriele Gendotti e Claudio Lardi
Il console generale d’Italia a Lugano
I professori e i giornalisti
E gli studenti
E vi ringrazio per quest’occasione che mi offrite di testimoniare la mia esperienza nell’ambito del plurilinguismo e il mio apprezzamento su quanto viene fatto a livello di Confederazione e, più in particolare, in Parlamento.
È necessario intendersi dapprima sul significato della parola “plurilinguismo”. Ci affidiamo al dizionario che definisce il plurilinguismo come “situazione di un territorio o di uno Stato nel quale siano state adottate varie lingue ufficiali”, ma anche “situazione di una comunità al cui interno i soggetti parlanti siano in grado di servirsi alternativamente di lingue diverse a seconda delle circostanze.”
La Svizzera è uno Stato plurilingue per quanto concerne la prima parte della definizione, anche se storicamente non è stato facile. Al momento della creazione dello Stato federale, la questione del plurilinguismo era, infatti, praticamente assente dai dibattiti. Secondo una recente ricerca in cui si e’ analizzata la questione linguistica dal 1848 fino agli anni ’80 , è quasi per caso che nella Costituzione federale del 1848 le lingue tedesca, francese e italiano sono state definite “lingue nazionali” La nozione di “minoranza linguistica” è poi giunta solo nella Costituzione del 1999. Oggi i cantoni di lingua tedesca sono 17, quelli di lingua francese 4, di lingua italiana 1, bilingui 3 e trilingui 1.
Se ci concentriamo sulla seconda parte della definizione, la faccenda si complica. I cittadini svizzeri sono in grado di servirsi alternativamente delle lingue nazionali? Sono in grado di capirsi tra loro semplicemente esprimendosi nella loro lingua madre? E la Confederazione, per definizione luogo in cui dovrebbero anche riflettersi le specificità confederali, cosa fa a favore del plurilinguismo?
Per cercare di dare una risposta a queste domande andiamo a vedere qual è il quadro normativo a difesa del plurilinguismo elvetico nell’amministrazione federale.
La Legge sul personale federale del 24 marzo 2000 all’articolo 4 stabilisce che i datori di lavoro devono impegnarsi a garantire “l’equa rappresentanza delle comunità linguistiche, il promovimento del plurilinguismo e la comprensione tra le comunità linguistiche”. Nell’ordinanza quadro della legge i datori di lavoro sono invitati a prendere misure per concretizzare questi obiettivi e all’articolo 7 dell’Ordinanza sul personale federale dal titolo “plurilinguismo” non solo s’invita a prendere misure adeguate per la promozione del plurilinguismo a tutti i livelli dell’amministrazione federale, ma si riconosce pure l’importanza della ricchezza culturale svizzera invitando a “utilizzare in tal modo al meglio il potenziale offerto dalla molteplicità delle culture”. I datori devono anche assicurarsi che gli impiegati non siano svantaggiati a causa della loro appartenenza linguistica.
Il 22 gennaio 2003 il Consiglio federale ha pubblicato le sue Istruzioni concernenti la promozione del plurilinguismo nell’amministrazione federale, il cui obiettivo è quello di dare le “stesse opportunità di sviluppo e di carriera” ai rappresentanti delle quattro lingue nazionali. E in particolare sostiene che ai livelli piu’ alti la conoscenza attiva di una seconda lingua nazionale e passiva della terza è indispensabile.
I principi e le norme quindi esistono, ma cosa succede nella realtà?
Se andiamo a dare un’occhiata al secondo rapporto di valutazione del plurilinguismo, a dire il vero un po’ scarno, notiamo che le persone di lingua italiana che lavorano nell’amministrazione federale hanno espresso un certo scontento per quanto concerne l’impiego della loro lingua madre. Infatti non possono praticamente mai scrivere, comunicare e lavorare in italiano. Solo un testo legale è stato scritto originariamente in italiano, ed è la Legge sulle lingue, e sappiamo che fine ha fatto per il momento. Di alti funzionari di lingua madre italiana non ce ne sono più. Fa eccezione il Parlamento, dove la segretaria generale signora Mariangela Wallimann-Bornatico è di lingua italiana. Non ce ne sono altri. E ciò va contro le Istruzioni del Consiglio federale che preconizzano “un’equa rappresentanza delle singole comunità linguistiche secondo le rispettive proporzioni della popolazione svizzera residente”. Se poi aggiungiamo il fatto che “sono ammesse deroghe a favore delle lingue latine” viene da chiedersi in che senso.
E qui s’inserisce l’elemento statistico, che deve dare corpo all’affermazione “un’equa rappresentanza”. Di recente pubblicazione, l’analisi dei dati linguistici del censimento 2000, rileva che il 6,5% della popolazione residente indica l’italiano come lingua in cui pensa e che conosce meglio, il 63,7% indica il tedesco, il 20,4% il francese, lo 0,5% il romancio e il 9% lingue non nazionali. Rispetto ai medesimi dati del 1950 sono il tedesco e il romancio a perdere terreno, mentre l’italiano e il francese si aggirano sempre attorno al 6, rispettivamente 20%. Per l’italiano c’era stata una punta all’11,9% nel 1970, sicuramente dovuta all’immigrazione italiana. Le lingue non nazionali aumentano fortemente, rafforzando l’immagine di paese plurilingue.
Considerando unicamente la popolazione di nazionalità svizzera, l’italiano è parlato dal 4,3% della popolazione e il francese dal 21%. Il romancio dallo 0,6%, mentre il tedesco balza al 72,5%.
E nell’amministrazione, quanti sono gli italofoni? Esiste questa “equa rappresentanza” dal punto di vista statistico? Se prendiamo i dati del 2004, in percentuale il 6,45% dei collaboratori è di lingua italiana, il 19,65% di lingua francese e il 71,75% di lingua tedesca. Ciò corrisponde più o meno ai dati del censimento, ma…c’è un ma. Questi sono dati globali e se si comincia a guardare secondo le classi di stipendio, gli italofoni sono particolarmente numerosi nelle classi inferiori, mentre mancano a livelli superiori. E se si va ancora più a fondo guardando cosa succede nei dipartimenti, si vede che nella Cancelleria e presso l’Amministrazione federale delle Dogane sono ampiamente sovrarappresentati (17,73% rispettivamente 15,60%), e ciò per ovvi motivi. Per concludere il quadro, se nel 1995 il 5,1% delle classi superiori parlava ancora italiano, nel 2004 la cifra scende al 4%. Un dato estremamente preoccupante, perché ciò significa che tra le cariche con maggiore potere decisionale non sono presenti tutte le sensibilita’ culturali che compongono l’intero paese.
La constatazione è quindi presto fatta: si assiste ad una diminuzione del numero di persone che parla italiano nell’amministrazione federale. Cio’ fa pensare ad una diminuzione della sensibilità del mondo politico e istituzionale svizzero nei confronti degli idiomi minoritari. Ma anche dell’economia più in generale, dove l’inglese diventa una lingua economicamente e culturalmente dominante. Pensiamo ad un esempio clamoroso di sgarbo al plurilinguismo in Svizzera, in un momento oltretutto altamente simbolico: il catalogo dell’Expo.02 che ci si era dimenticati di tradurre in italiano. Oppure anche a certi musei d’importanza nazionale in cui si sceglie l’inglese al posto dell’italiano. Senza contare alcuni atti parlamentari che chiedono perché certe pubblicazioni importanti sono tradotti in inglese e non in italiano. Oltre alle previste soppressioni di cattedre di lingua italiana per motivi economici o all’introduzione dell’inglese a scuola a scapito di una seconda o terza lingua nazionale. La difficoltà che hanno i giornali ticinesi a giungere in tempo a Nord delle Alpi o i ridimensionamenti previsti presso la radiotelevisione completano questo quadro, a dire il vero un po’ oscuro. Un vero percorso a ostacoli per il plurilinguismo svizzero.
Ma se alcuni lati istituzionali del plurilinguismo ci mostrano grandi lacune, sia nell’applicazione delle leggi esistenti che nel rifiuto di nuove opportunità (vedi Legge sulle lingue), ci sono lati sociali ed individuali molto più incoraggianti.
Penso all’esempio dato dal comune di Jona-Rapperswil (SG) che ha lanciato il progetto pilota “Italiano per tutti”, dove gia’ giovani di seconda e terza elementare hanno l’opportunità di praticare la lingua di Dante 90 minuti la settimana. Oppure a quanto fanno le scuole medie di alcuni cantoni romandi che hanno introdotto insegnamenti bilingui (a Neuchâtel si possono seguire i regolari corsi di ginnastica o educazione famigliare in italiano, tedesco o inglese). I numerosi scambi tra classi di diversi cantoni che lasciano ricordi indimenticabili. Per tutti questi giovani il plurilinguismo non sarà più solamente un oggetto di studio, ma una realtà normale di tutti i giorni. Il marzo dello scorso anno i direttori cantonali dell’educazione hanno firmato un compromesso che consiste nell’insegnamento di due lingue straniere alle scuole elementari, di cui una nazionale, dal 2012. E fanno piacere decisioni recenti come quella del canton Berna di insegnare il francese come seconda lingua straniera.
Senza dimenticare quanto fa anche lo Stato italiano per mantenere viva la lingua presso i propri cittadini residenti in Svizzera, e se non sbaglio ci sono oltre 15'000 allievi che seguono i corsi organizzati nelle circoscrizioni consolari della Svizzera con quasi 200 insegnanti.
Anche a livello federale qualcosa si muove per gettare le basi per una nuova politica delle lingue. Alle numerose richieste tramite atti parlamentari di reintrodurre la Legge sulle lingue nel programma di legislatura si aggiunge il Programma nazionale di ricerca 56 “Diversità delle lingue e competenze linguistiche”. Dotato di 8 mio di franchi, si articola in tre assi di ricerca: gli aspetti giuridici (in particolare dopo il naufragio della legge sulle lingue), le competenze linguistiche della popolazione e la possibilità di miglioramento e l’importanza della lingua per l’identità individuale e collettiva. I primi risultati saranno noti nel 2008.
A questi contributi per favorire il plurilinguismo si aggiungono anche azioni più mirate e limitate, come la promozione dei corsi di italiano per il personale della Confederazione e l’obiettivo dichiarato dalla direzione dei Servizi del parlamento di rafforzare la presenza dell’italiano.
Le basi per un vero plurilinguismo in Svizzera esistono. Vogliamo essere un paese in cui non solo le lingue convivono una di fianco all’altra, ma anche un Paese in cui lingue diverse si parlano e si capiscono. La lingua non è solo un mezzo di comunicazione, ma contribuisce ad una migliore conoscenza reciproca delle culture. Un paese veramente plurilingue è un paese in cui tutti gli elementi culturali contribuiscono alla sua ricchezza culturale, sociale ed economica.
Per le lingue minoritarie, come lo è il francese, ma ancora di più l’italiano e il romancio, è quindi veramente importante essere presenti fin da subito quando un pensiero, un’idea o un’azione stanno per nascere. Una legge da sola non basta.
Thérèse Meyer-Kaelin, Presidente del Consiglio nazionale